La questione di sottoporre a referendum abrogativo una legge ingiusta, specialmente se questa legge limita o opprime diritti fondamentali, solleva una riflessione di notevole portata. I diritti fondamentali dell’essere umano non possono e non devono essere messi in discussione da una consultazione popolare.
Ecco perché: se il referendum non raggiunge il quorum necessario, o se la maggioranza dei votanti conferma la legge oppressiva, il risultato sarebbe paradossale. Si finirebbe per legittimare quella legge ingiusta attraverso una presunta sovranità popolare. In altre parole, la partecipazione al referendum, anche se benintenzionata, rischierebbe di “certificare” l’ingiustizia, dandole una sorta di approvazione democratica.
Un diritto fondamentale non può dipendere da un voto. I diritti come la libertà, la dignità, o l’uguaglianza non sono concessioni dello Stato né della maggioranza. Sono parte dell’essenza stessa dell’essere umano. Per questo, il rischio di usare un referendum per abrogare leggi oppressive è troppo alto: fallire significherebbe creare un precedente pericoloso, in cui una norma ingiusta appare giustificata dalla volontà popolare.
La difesa dei diritti fondamentali richiede strumenti più solidi e garantiti rispetto a un referendum. Non si tratta di una scelta politica o contingente, ma di un principio che tutela l’inviolabilità della dignità umana.
I diritti fondamentali non si votano, si proteggono. E proteggerli significa evitare che possano essere messi in discussione da meccanismi che, seppur democratici, non sono infallibili.
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