Due manifestazioni. Due richieste. Nessuna risposta.
Nel cuore di una città che si è sempre definita civile, ordinata, europea, qualcosa si è rotto. La microcriminalità dilaga nei quartieri: furti, aggressioni, spaccio, vandalismi diffusi. Il disagio cresce silenzioso, ma non invisibile. Perché Parma ha parlato. E lo ha fatto due volte, in piazza, con dignità e coraggio.
Il 5 aprile scorso si è svolta la seconda grande manifestazione cittadina per la sicurezza civica. Una folla autorevole, compatta, consapevole. Dietro quegli striscioni e quelle presenze non c’erano partiti, ma associazioni, comitati, espressioni vive della comunità parmigiana. Gente comune. Gente stanca di subire, che ha scelto di organizzarsi.
Già un mese fa, dopo la prima mobilitazione, era stato chiesto un incontro ufficiale con la Prefettura e con il Sindaco di Parma. Una richiesta ferma, documentata, corredata da dieci proposte concrete per arginare il degrado urbano e sociale. Ma le istituzioni hanno taciuto. Nessuna convocazione. Nessun cenno di ascolto.
E allora, è doveroso dirlo: il silenzio, in questi casi, è complice.
L’articolo 118 della Costituzione, comma ultimo, parla chiaro: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale.”
Non si tratta di gentile concessione, ma di un obbligo giuridico: le istituzioni hanno il dovere di coinvolgere le associazioni locali, soprattutto su temi che toccano la sicurezza e la qualità della vita dei cittadini.
Anche il Codice del Terzo Settore – D.lgs. 117/2017 – stabilisce che la Pubblica Amministrazione, nel programmare e gestire attività di interesse generale, debba attivare forme di co-progettazione e co-programmazione con gli enti del territorio. E qui non siamo davanti a generici “temi sociali”, ma a una vera e propria emergenza cittadina.
Ma forse il nodo è più profondo, e merita una riflessione culturale.
La legge non è l’unico ordinamento che vive nei territori. Esistono strutture di organizzazione civica, morale, cooperativa che nascono dal basso, che rispondono ai bisogni prima ancora che alle norme. Sono ordinamenti reali, vitali, coerenti, che danno forma e sostanza alla convivenza. Non si può governare Parma ignorando Parma.
Parlare oggi di sicurezza significa parlare di autonomia comunitaria, di cittadinanza attiva, di pluralità degli spazi normativi. In altre parole: la sicurezza non si garantisce con le telecamere e i proclami, ma con l’ascolto dei cittadini e il sostegno reale alle reti di prossimità.
Per questo motivo, chiediamo con forza l’istituzione di un tavolo tecnico permanente per la sicurezza civica, dove il coordinamento delle associazioni, dei comitati, delle realtà sociali del territorio possa essere coinvolto stabilmente nelle politiche locali.
Un tavolo che non sia solo consultivo, ma propositivo e operativo, riconosciuto formalmente e dotato di strumenti.
Non è una gentile concessione: è democrazia vera.
Ed è l’unica strada per riprendersi Parma.
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