Carlo Freccero, storico dirigente televisivo, autore e intellettuale tra i più preparati della comunicazione italiana, torna sulle pagine de Il Corriere della Sera, con un articolo dello scorso 14 agosto, che merita di essere letto e discusso.
Il titolo è già un programma: “Il difficile confine delle certezze”.
Freccero parte dall’Europa e attacca frontalmente quella che considera una sua incapacità di leggere il cambiamento del mondo: agenda verde, deindustrializzazione e richiami vaccinali continuerebbero, secondo lui, a essere perseguiti come dogmi mentre fuori dall’Europa gli equilibri stanno rapidamente mutando.
Ma il cuore dell’articolo è un altro: chi decide che cosa può essere definito scienza?
Freccero richiama Popper e la falsificabilità scientifica e pronuncia parole pesantissime contro Big Pharma e quei virologi che, scrive, si dichiaravano “a libro paga delle multinazionali del farmaco”.
Poi arriva ad Anthony Fauci.
Freccero richiama i suoi diari, le controversie su Wuhan, i finanziamenti alle ricerche sui coronavirus e soprattutto denuncia quella che considera una vera rimozione mediatica di documenti e fatti che meriterebbero invece di essere discussi pubblicamente.
Ed è forse questo il punto più importante.
Non si tratta di sostituire un dogma con un altro. Si tratta di pretendere che scienza, industria farmaceutica, politica e informazione non diventino un unico blocco sottratto alle domande.
Perché quando il dubbio viene censurato, quando Big Pharma non può essere criticata, quando i virologi diventano autorità indiscutibili e quando persino ciò che riguarda Fauci o Wuhan rischia di scomparire dal dibattito, il problema non è più soltanto sanitario.
È un problema democratico.
Freccero ci invita, ancora una volta, a fare la cosa più semplice e forse oggi più difficile:
continuare a fare domande.





