La condanna è definitiva. Ma una democrazia seria deve poter discutere anche le decisioni dei giudici, senza attaccare la magistratura e senza considerarla infallibile.
UN UOMO, UNA RAPINA, POCHI SECONDI
Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, è stato condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione. Nel 2021, dopo una rapina nella sua attività, uccise due rapinatori e ne ferì un terzo. Secondo i giudici, quando sparò il pericolo non era più attuale, perché gli aggressori si stavano allontanando. Per questo non è stata riconosciuta la legittima difesa. La sentenza deve essere rispettata ed eseguita. Ma rispettare una decisione non significa rinunciare a discutere la sua giustizia, la proporzione della pena e le concrete condizioni nelle quali una persona ha agito.
IL TEMPO DEL PROCESSO NON È IL TEMPO DELLA PAURA
Il processo ricostruisce i fatti molti mesi o anni dopo. I giudici possono fermare le immagini, calcolare le distanze, studiare le traiettorie e ordinare le testimonianze. Chi subisce una rapina, invece, vive tutto in pochi secondi, dentro la paura e la confusione. Questo non significa che ogni reazione debba essere considerata legittima. Significa però che il comportamento di un uomo appena aggredito non può essere compreso come se fosse stato deciso con calma, nel silenzio di una stanza.
DEFINITIVA NON SIGNIFICA INFALLIBILE
Una sentenza definitiva chiude il normale percorso del processo. Non diventa, per questo, una verità assoluta. L’ordinamento prevede appelli, ricorsi e revisioni proprio perché le decisioni possono essere corrette. Un giudice può valutare male una prova, applicare in modo discutibile una norma o non comprendere pienamente la situazione umana nella quale un fatto è avvenuto. Dire che la giustizia può sbagliare non significa delegittimarla. Significa ricordare che viene amministrata da esseri umani e che nessun potere democratico deve essere sottratto al controllo e alla critica.
QUANDO L’ERRORE SI PAGA CON LA VITA
In Italia la pena di morte non esiste. Ma in alcuni Paesi che si definiscono civili e democratici continua a essere applicata. In quei sistemi l’errore giudiziario non comporta soltanto anni di carcere ingiusto: può diventare irreversibile, perché una persona innocente può essere uccisa dallo Stato prima che emerga la verità. Negli Stati Uniti, dal 1973, almeno 202 persone condannate a morte sono state successivamente riconosciute innocenti e liberate. Il dato non dimostra quante persone innocenti siano state effettivamente giustiziate, perché dopo un’esecuzione scoprire e dimostrare l’errore diventa molto più difficile. Dimostra però una cosa incontestabile: anche un processo concluso con una condanna capitale può essere sbagliato. Quando la pena è il carcere, l’errore può essere almeno riconosciuto, anche se gli anni perduti non saranno mai restituiti. Quando la pena è la morte, non esiste revisione capace di riportare in vita la persona condannata. Per questo l’infallibilità della giustizia non può essere soltanto sperata o dichiarata: semplicemente, non esiste.
STUDIARE GLI ERRORI PER EVITARE CHE SI RIPETANO
In medicina si analizzano gli eventi avversi. Nell’aviazione si studiano gli incidenti e persino quelli evitati all’ultimo momento. Nella sicurezza sul lavoro si cercano le cause degli errori per impedirne la ripetizione. La stessa cosa dovrebbe avvenire nella giustizia. Servirebbero dati pubblici e comprensibili sulle sentenze riformate o annullate, sulle ingiuste detenzioni, sulle assoluzioni intervenute dopo una precedente condanna e sulle ragioni degli errori. Non per mettere i magistrati alla gogna, ma per rendere il sistema più affidabile. Una giustizia forte non è quella che pretende di non sbagliare mai. È quella che sa riconoscere i propri limiti, correggere gli errori e imparare da essi.
IL CASO ROGGERO È CONOSCIUTO. GLI ALTRI?
Il caso Roggero ha avuto una grande esposizione pubblica. Ciò è dipeso anche dalla capacità dello stesso Roggero, dei suoi familiari e dei suoi sostenitori di mantenere viva l’attenzione. La vicenda, inoltre, si presta facilmente allo scontro politico sulla sicurezza, sulla legittima difesa e sul rapporto tra cittadini e Stato. Dopo la decisione della Cassazione sono intervenuti pubblicamente esponenti politici e si è aperto anche il dibattito sulla possibile grazia presidenziale. Ma proprio questa visibilità apre una domanda ancora più importante.Quante persone ritengono di essere state condannate ingiustamente e rimangono completamente nell’ombra? Quante non hanno denaro per sostenere una lunga difesa, non possiedono la forza personale per rivolgersi ai mezzi di informazione, non hanno una famiglia organizzata alle spalle e non rappresentano un argomento utile alla politica?La giustizia non dovrebbe dipendere dalla capacità di trasformare il proprio caso in una notizia. Il cittadino sconosciuto, povero, fragile e privo di relazioni deve avere le stesse possibilità di essere ascoltato del caso che riempie televisioni e giornali.La vicenda Roggero divide e continuerà a dividere. Ma può servire almeno a ricordarci questo: dietro ogni fascicolo esiste una persona, e dietro ogni possibile errore giudiziario può esserci una vita distrutta nel silenzio.
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