Le REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) non sono carceri, non sono manicomi, non sono ospedali. Non sono niente di definito e proprio per questo sono tutto il problema.
Chi ci finisce non ha avuto una condanna penale, ma non è libero. Non è stato dichiarato colpevole, ma è detenuto. Non sta scontando una pena, ma non sa quando potrà uscire.
Per entrarci bisogna aver commesso un reato, ma essere stati giudicati incapaci di intendere e di volere al momento del fatto. Questo significa che la persona non può essere punita, ma può essere considerata pericolosa, e allora il giudice dispone una misura di sicurezza. Non una pena. Una misura di sicurezza. Che può essere prorogata a tempo indefinito.
Nelle REMS non c’è certezza. La giustizia penale prevede sentenze e condanne. La giustizia psichiatrica prevede ipotesi e prognosi. La pericolosità sociale non è una categoria oggettiva. È una valutazione discrezionale, che può cambiare da un giudice all’altro, da un medico all’altro, da un giorno all’altro.
Può succedere che una persona esca da un processo senza condanna, resti libera per mesi o anni e poi, improvvisamente, venga internata perché ritenuta ancora pericolosa. Come può succedere che una persona condannata in un processo venga giudicata capace di intendere e volere e poi invece venga trasferita in una REMS, come se quella sentenza non avesse più valore.
Una condanna significa che il soggetto è stato ritenuto responsabile. Ma se poi viene mandato in una REMS, significa che la magistratura ha cambiato idea. Significa che la pericolosità sociale ha preso il posto della certezza del diritto. Significa che un sistema che dovrebbe giudicare i fatti finisce per giudicare le persone in base a quello che potrebbero fare in futuro.
La misura di sicurezza non ha un termine preciso. La sentenza prevede una durata minima, ma alla scadenza il giudice può prorogare. E poi prorogare ancora. Non per quello che il soggetto ha fatto, ma per quello che potrebbe fare. Il carcere prevede una fine. La REMS no.
Le REMS sono nate per sostituire gli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), che erano veri manicomi criminali, dove la gente moriva dimenticata sotto chiave. Ma il problema non era il luogo. Il problema era la logica. E quella logica è rimasta. Se il sistema vuole chiudere qualcuno, lo chiude. E lo chiude con un meccanismo che non prevede vie di uscita certe.
Chi finisce in una REMS ci finisce perché la psichiatria e la giustizia si sono incontrate. Ma si sono incontrate nel punto sbagliato. Il diritto si basa su fatti. La psichiatria giudiziaria si basa su valutazioni che possono cambiare sempre. Se la legge può cambiare dopo un processo, se una persona può essere prima dichiarata capace e poi internata senza un nuovo processo, allora non esiste più il concetto di colpa. Non esiste più il concetto di pena. Esiste solo un limbo, in cui la libertà dipende da chi ha in mano la chiave.
Goffman l’aveva già spiegato. Le REMS sono istituzioni totali. Luoghi chiusi, isolati, dove chi entra smette di esistere per la società. Ogni aspetto della vita viene regolato dall’alto. I ritmi, le decisioni, le relazioni. L’individuo non è più una persona. È un caso, un dossier, un rischio da gestire. Non è più lui a decidere chi è. Lo decidono gli altri.
Foucault l’aveva già denunciato. La psichiatria non è solo cura, è potere. È un meccanismo di controllo, usato dalla società per separare chi non si adatta. Il folle, il deviante, il pericoloso. Ma pericoloso per chi? La domanda resta senza risposta. Il problema individuale diventa sociale. Si isola il soggetto, ma la colpa è collettiva. E la società, per difendersi, dimentica. Dimentica chi c’è dentro, dimentica che queste strutture esistono, dimentica che la paura non è una sentenza. Dimentica che un giorno, dietro quel muro, potrebbe esserci chiunque.
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